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Satya e Karuna: la verità e la compassione

Satya è comportamento di verità, per mantenersi veri nelle parole, nei comportamenti, nei pensieri

Satya e Karuna: la verità e la compassione
03 settembre 2009

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Glossario sanscrito

Satya, ci dice Patanjali, è un comportamento di verità, una qualità per mantenersi veri sempre: nelle parole, nei comportamenti, nei pensieri, ma anche e soprattutto, un modo di perseguire la verità anche all'esterno di noi stessi.

Nel contesto della meditazione, dopo un poco di pratica seria e quotidiana, su Satya, si comincia a cercare la verità - Satya innanzitutto nella parola, guardando con attenzione al suo possibile falso uso. Nell'ordinario può capitare di usare parole negative senza farci caso, ma quando si pratica la meditazione l'attenzione viene portata con sempre maggiore frequenza all'uso corretto di ogni parola.

Qui mi interessa mettere in evidenza l'uso negativo della parola, cioè quel modo di parlare che allontana, divide, separa. Con la parola possiamo parlar male di qualcuno, possiamo ferire, possiamo servirci di situazioni a nostro vantaggio: tutte azioni che distruggono, che alimentano il male del mondo.

La parola, lo sappiamo tutti, è solo l'espressione del pensiero e del relativo comportamento. Partendo perciò dall'aspetto più visibile possiamo purificare anche la causa meno visibile e perciò più sfuggente, quale il pensiero.

Una volta diventati abili nel cogliere onestamente la parola negativa, possiamo addentrarci in un livello più interno, che ci permetterà di riconoscere la parola pronunciata per interesse. Si può trattare di una frase inserita in un discorso, ovviamente strategico, con lo scopo di ottenere qualcosa, oppure di un certo modo di raccontare per averne un tornaconto, oppure anche di domanda o risposta fatta o data sempre per interesse.

Che io possa essere libero dalla negatività della mia parola.

Giunti a questo livello, potremmo darci un ulteriore aiuto coltivando l'interesse verso la spiritualità, considerando questo interesse come un onesto modo di ricerca della chiave - preziosa - per la felicità.

Purtoppo gli stimoli mondani condizionano tale ricerca; poiché disperdiamo il nostro interesse nel denaro, nel sesso (al di là dei sentimenti e del sano Eros), nei piaceri del cibo, del fumo, delle droghe. Dovremmo chiederci perché non abbiamo lo stesso - facile e spontaneo - interesse per la gioia spirituale, per quel qualcosa che è durevole e non passeggero ed effimero.

Riusciamo forse a comprendere che il pensiero che ci porta a correre dietro a tali momentanei piaceri ci consuma, ci logora, ci porta verso una inevitabile crescita dei nostri impegni e delle nostre attività proprio perché quando ognuno di quei piaceri finisce va immediatamente sostituito? Riusciamo a comprendere che dietro ogni sostituzione c'è un pensiero, una ricerca compulsiva, un modo sbagliato di cercare la serenità mentale? E che c'è anche l'uso falsato delle parole?

Osservare il tramonto non è un pensiero, guardare l'alba non è una parola; sono realtà. Tramonto e alba non sono parole pensate, sono al di là del pensiero e guardandoli con quiete mentale riscopriamo piacevolezza, rilassamento, dimensione umana.

Se riusciamo pertanto a comprendere che ognuno di noi può attingere ad una sua spiritualità interiore, che può scoprire il sacro nel suo quotidiano, cioè quel qualcosa fatto di verità che il pensiero e le sue false parole non possono toccare e men che meno contaminare, ci troveremmo così in una dimensione dove Satya emergerebbe in modo facile e spontaneo. Satya allora porterebbe parole vere, sane, unitive, costruttive; e con esse i relativi pensieri e comportamenti che aiuterebbero l'essere umano nel suo percorso verso la bellezza.

Che io possa essere libero dall'egoismo della mia parola.

Arrivati fin qui, se la pratica yoga è stata buona e l'applicazione costante delle frasi di compassione-karuna è stata sentita e sincera, possiamo esplorare un nuovo livello di consapevolezza, un livello più vicino al cuore. Quel livello dove la parola diventa di aiuto, di sostegno, di conforto. Ognuno di noi sa di cosa si sta parlando senza spenderci troppe parole.

Posso solo dire che la parola di aiuto è un atto pieno di karuna, di attività unitiva, è spassionato avvicinamento. Proprio quest'anno, nei seminari, molti di voi hanno donato parole di conforto, lo hanno fatto in modo spontaneo, con le parole della Bhagavad-gita «senza aspettarsene frutto», cioè al di là di ogni moto dell'Ego.

A questo stadio karuna comincia ad agire non solo verso le parole nostre, ma anche verso le parole altrui. Notando le nostre parole divisive, negative e dannose, cominciamo a praticare karuna che agisce come un unguento che lenisce le ferite, come un cuore che le accoglie facendosi nido.

Possa la mia parola purificarsi e dare energia.

Con questa purificazione non è difficile accedere ad una fase approfondita di discriminazione dove si fa pulizia notando, con ancora maggiore cura:
  • la parola inutile (che non serve)
  • riempitiva (dei nostri vuoti, dei nostri disagi)
  • superficiale (priva di senso reale)
  • frettolosa (detta senza pensare o per non perder tempo).

E' un tipo di parola molto legata alle proprie insicurezze, ai propri timori, ad una verbalizzazione esacerbata dei pensieri, a volte è un parlare per farsi compagnia.

Questo tipo di parola può sfuggire alla nostra attenzione poiché è usata in ambiti che riteniamo di passaggio; come, esempio classico, quando ci si trova con qualcuno in ascensore. Questa modalità della parola, che può sembrare innocua, può comunque trasformarsi in attività separativa se prende di mira governi, politici, variazioni climatiche, attività sociali, vicini di casa, eventi sportivi, ecc.

Possa la mia parola dare benessere alla vita.

Pervenuti a questo punto della pratica, in particolare della meditazione, dando per scontato che questa pratica sia stata attuata bene, passiamo all'ultimo livello, quello cioè dove la capacità di discriminazione si affina su qualunque, anche sottile, uso divisivo della parola.

A questo punto si approfondisce il lavoro precedente, ma si va anche a guardare l'attaccamento che la parola crea, quella parola che apparentemente unisce e invece, proprio in virtù dell'attaccamento, produce distanza, non tanto dalle persone, ma dalla libertà che si deve riconoscere agli altri perché siano veramente liberi.

Per chiarire, pensate a quelle parole di apparente amore che invece vengono dette per legare, soffocare - a cui si è spinti da timori e spesso senza rendersene pienamente conto. Sono parole travestite di affetto, di bontà, ma insincere. Questa modalità della parola va investita di coscienza, e al suo posto va perseguita Satya, usando quindi la parola di vero avvicinamento, che unisce in clima di libertà, senza attaccamento e senza desiderio reconditi.

Questo livello ci offre quella purezza che ci avvicina all'Assoluto che è in noi e fuori di noi, il livello di questa parola purificata è permeato di Unità, è la perfetta fioritura di Satya avvenuta nel nostro giardino mentale. E' una fioritura fatta di quella verità che è unione, essenza dell'Uno, sostanza dell'Assoluto.

Che la mia parola possa unirmi all'Assoluto.

di Piero R. Verri

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