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Avidyâ

Ignoranza metafisica, radice di tutte le miserie della vita

Avidyâ
19 aprile 2008

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Glossario sanscrito

Definita «la radice dei klesha», avidyâ - l'ignoranza - cos'è?

Non è una semplice mancanza di preparazione scolastica e nemmeno un difetto di comportamento, di atteggiamento.

E' scambiare l'impermanenza, la caducità, il non-eterno per l'eterno, la stabilità perenne, «il sempre uguale».

Ed è anche pensare che esistano la fortuna e la sfortuna o che la nostra vita possa essere una somma di vicende più o meno uguali, o diversissime tra loro, ma fondamentalmente senza un autentico costrutto.

Per capirci meglio, bisogna ricorrere da subito alla visione filosofica dello Yoga secondo la quale la Coscienza suprema è tutt'uno con la Materia.

Benché apparentemente opposti, questi due elementi si integrano e interagiscono costantemente, in ogni forma. Sempre, ovunque, in ogni angolo dell'Universo.

E Uno sta all'Altra come un progetto architettonico sta alla sua realizzazione in una forma, predeterminata da un architetto.

Per quanto riguarda la natura dell'uomo e per sfuggire al vincolo di avidyâ, occorre saper riconoscere la presenza indefettibile della Coscienza in tutti gli uomini e in tutte le cose, anche quando l'apparenza spingerebbe a ritenere il contrario; dunque accettare che ognuno e ogni cosa, non solo su questo pianeta ma in qualsiasi angolo dell'Universo, sia la proiezione concreta e visibile di un Principio Originario da cui tutto deriva e a cui tutto ritorna; e che esista un «tessuto unico», l'energia, il Prâna (elettroni, protoni, neutroni, forze già note e altre ancora sconosciute) che opera in eterno, da sempre e per sempre. «Per Amore, solo per Amore», come dicono tutti i testi classici di riferimento.

E ovviamente riconoscere che questo Principio Originario, ordinato e giusto, simmetrico ed elegante (come lo definisce anche la fisica moderna), si muova, per così dire, secondo la Legge di Causa ed Effetto, ben più nota ai cultori dello Yoga come karman.

Niente e nessuno sfugge a questa Legge, la cui comprensione cancella ogni forma di ignoranza; estinta l'avidyâ l'uomo è eternamente libero.

Anche Jack lo Squartatore o Attila vi sono soggetti e benché la progressiva involuzione della loro coscienza li abbia portati a disconoscere la loro origine divina e li abbia ovviamente coinvolti in un karman dai pesantissimi effetti, rimane sempre valida per tutti la possibilità di un riscatto karmico.

Il vero riscatto

Questa è la certezza che ha alimentato grandi rinascite spirituali, percorsi ascetici esaltanti, fari di luce che hanno squarciato le tenebre di avidyâ e ridato forza, in momenti diversi, al mondo intero.

Nel caso dei due personaggi citati temo che il riscatto sia, sarà stato o sarà - in questo contesto superiore la dimensione del tempo è indecifrabile - particolarmente oneroso ma basta leggere un quotidiano qualsiasi, oggi, per imparare a «capire» la vita della gente, nel bene e nel male, per iniziare a guardare, riflettere e crescere nella consapevolezza.

Ciò significa che bisogna, per il proprio bene, andare oltre la superficie delle cose, oltre l'apparenza.

Mai confrontarsi con gli altri se non per apprezzare il bene che l'altro sa fare e, quanto a sé stessi, comprendere che un evento «sfortunato» è solo un'occasione per imparare ad affrontare una situazione che noi stessi abbiamo provocato. Quando? Chi lo sa...

E ancora: siamo proprio sicuri che quella sfortuna non contenga in sé il seme di una bellissima opportunità che ci aspetta proprio dietro l'angolo?

E che invece noi non saremmo proprio in grado di reggere quella tremenda sventura che colpisce improvvisamente il vicino di casa, tanto ricco e invidiato e... fortunato?

E' certo che esiste un «tempo perfetto» per la realizzazione di ogni karman. Inutile, a mio avviso, indagare sul perché un certo accadimento si verifichi «proprio oggi» e «perché chissà cosa ho fatto nella vita precedente!» Solo coloro che hanno ottenuto il risveglio sanno «leggere il tempo» ma, come abbiamo appreso, nelle loro esistenze si sono attenuti alle regole valide per tutti.

Il Buddha diceva che occorre essere monaci: questo non vuol dire «vestire l'abito del monaco», né rifugiarsi in una caverna, ma entrare nella propria realtà interiore e capire che le riforme sociali, i grandi progetti per il futuro del mondo non nascono a tavolino ma nel silenzioso e luminoso mondo della meditazione.

di Lisetta Landoni

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