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Abhinivesa: paura della morte o attaccamento alla vita?

Un attaccamento che tocca non solo i poveri di spirito ignari della verità ma anche i sapienti

Abhinivesa: paura della morte o attaccamento alla vita?
29 novembre 2009

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Glossario sanscrito

La traduzione letterale ci informa che abhinivesa significa «desiderio di vivere», «volontà di vivere»; questo attaccamento, poiché di questo si tratta, tocca tutti: non solo i poveri di spirito ignari della verità ma anche i sapienti, gli eruditi, i dotti.

Il «saggio» invece ha già capito, ha strappato con le unghie e con i denti la rete dell'ignoranza (avidyâ) ha frantumato le illusioni (asmitâ) ha buttato come abiti luridi gli attaccamenti (râga) e le repulsioni (dvesa) e, da perfetto vivekin (colui che discrimina, che distingue), si appresta ad affrontare la paura della morte.

Viveka dunque, il buon giudizio, ci impone questo percorso intelligente e costruttivo che invita a rivedere costantemente i quattro klesha precedenti e assimilarli, farli propri come la carne e il sangue che costituiscono il nostro corpo, per comprendere l'ultimo, il più difficile da accettare. Accettare la propria morte.

La morte incute timore: non possiamo facilmente scrollarci di dosso la cultura di sempre dove la morte è vista solo come la fine di un'esistenza, la separazione da tutto, dai nostri affetti e dalle cose più care.

Né ci consola una «resurrezione futura della carne» che esige un atto di fede in un evento inimmaginabile (quale corpo tra i molti che abbiamo avuto nella tante vite precedenti?) e in una collocazione spazio-temporale assai incerta.

Alla fine dei tempi? Ma allora, se ci sarà una fine vuol dire che c'è stato un inizio. E' stato all'epoca del big bang oppure quando i due hanno mangiato la mela?

Bene, siamo seri: lo Yoga è logica, razionalità, buon senso. E' importante invece sottolineare che negli Yogasûtra si fa esplicito riferimento a quella forza universale e costante, inerente alla vita, che si esprime appunto nel desiderio di vivere, nell'ostinazione con cui ci si aggrappa all'esistenza terrena nonostante molti fattori contrastino talvolta una condizione psicofisica armoniosa e lieta.

Una volta accettato il fatto evidente che râga e dvesa, l'attrazione e la repulsione, costituiscono per uno yogin il nodo principale da sciogliere, resta la consapevolezza di dovere alimentare la fiamma della conoscenza attraverso una strenua ricerca della Verità che si rivela nella pratica della meditazione.

La conoscenza rende liberi e promuove la cancellazione del debito karmico.

La morte appare esattamente per quello che è: un evento ineluttabile e auspicabile di «trasformazione», qualora il processo di «buona semina» che dovrebbe contrassegnare il nostro passaggio terreno conceda di pensare a un futuro migliore, segnato dalla presenza costante del Divino che noi siamo.

di Lisetta Landoni

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