yoga e arte

il significato, le tecniche
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Messaggioda AT » 27 maggio 2013, 21:35

Thot ha scritto:Una domanda da artista, quale sono:
l'arte non è una modificazione della mente? cioè l'immaginazione.
Immaginazione intesa come distorsione della realtà ed immagini creative generate dalla mente, non come intuizione verso strati più sottili della realtà e poi riportati sottoforma di opera d'arte, come la scrittura automatica.
Si presuppone che essere realizzati significa non essere artisti, o meglio, aver disciplinato la mente a non predisporsi all'immaginazione.

Tuttavia il rapporto fra arte e yoga è vigente. Mi vien in mente l'eclettico Abhinavagupta, o la pittura minimale zen...
Perché?

Trovo una sola risposta: l'arte nella spiritualità comprende la sola espressione di realtà più sottili rese visibili sottoforma di simboli, e mai la CREATIVITA' perché la creatività è una modificazione della mente. Potrebbe/dovrebbe essere così?

Il tuo post iniziale era molto chiaro, ma successivamente hai assecondato sempre di più la tua tendenza ad una estrema complicazione e cervelloticità del modo di pensare.
Tale tendenza è sicuramente un grosso ostacolo.
Se vuoi capire quale dovrebbe essere il giusto rapporto tra yoga, distacco, non attaccamento da un lato ed espressione artistica dall'altro, io ho le mie idee al proposito, così come sono presenti molte altre teorie. Un autore che ha studiato tali rapporti in modo interessante è stato Julius Evola in Cavalcare la Tigre e in Lo yoga della potenza. Se ne potrebbe discutere a lungo, ma temo che questo finirebbe con l'alimentare ulteriormente le tendenze alla complicazione confusa che ha preso tale discussione. Semplificando al massimo, ti dico quello che penso:
1.Le varie scuole filosofiche orientali hanno risolto tale difficile problema in modi molto differenziati. L'ascesi di Patanjali non è l'unico modo, né il più profondo o interessante.
2.Esistono molte rappresentazioni artistiche che sono di grande aiuto perché contengono in forma simbolica grandi verità universali di tipo metafisico. Tali forme di arte andrebbero coltivate e ricercate.
3.Qualsiasi rappresentazione artistica, buona o cattiva, bella o brutta che sia, è un documento storico della civiltà in cui è stata prodotta, e con particolari accorgimenti può essere anch'essa di grande aiuto nella meditazione.
4.Il punto di partenza è creare in sé stessi un nucleo centrale sattvico fatto di costante, attenta calma e di seria valutazione teorica ed operativa del problema etico. A partire da tale nucleo centrale, qualsiasi rappresentazione artistica può risultare interessante.
5. Se non si tratta di indagare sull'arte come documento storico, ma di produrre arte (hai detto che sei un artista) allora il problema della coerenza con la visione del mondo che ti convince di più e della responsabilità etica si pone.

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Messaggioda fabio » 28 maggio 2013, 11:20

Secondo me il Realizzato (qualsiasi cosa significhi) è l'Artista per eccellenza. Anzi è la stessa Arte incarnata viva e palpitante.
Anzichè parlare di yoga e arte, cercherei di capire (e lo dico anche a me stesso) se lo yoga è Arte.

Per me la risposta è evidente. Se parli con qualche artista, e lo dovresti sapere, che sia un pittore o uno scultore o un danzatore o un musicista, quando crea scompare nell'opera.

Lo yoga è Arte, lo yoga è l'Arte.
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Messaggioda Ventus » 28 maggio 2013, 14:14

Thot, da qualcuna delle tue ultime risposte mi sembra che tu intenda lo stato di “non dualità” (che lì mi pare chiamassi Brahman) come una “cosa” fissa e rigida come una pietra, la cui conoscenza o la cui ricerca ti costringerebbe a rinunciare all’arte.
Ma non è così, la “non dualità” (Brahman, Dio, il Grande Sigillo, il Buddha cosmico, l’Assoluto, il Tutto, la Realtà profonda,…) è continuamente produttiva, generativa: particelle, galassie, cavalli, nuvole e fiori, ciclisti, artisti, opere d’arte! Non è che si debba diventare una statua.

E’ solo nella pratica yoga che ci si ferma un certo tempo, per “fare il punto” della situazione (non di quella esterna, materiale o fisica, ma di quella “interna” ossia vissuta, sentita, sperimentata). Ma si può fare yoga anche su una nave, o su un treno in movimento, … E non è che si debba rimanere in una asana in eterno (stiamo parlando di minuti!).

Un matematico potrebbe dire che, per esempio nella meditazione, si sta cercando di identificare “l’incrocio degli assi cartesiani” (sempre della vita vissuta, sperimentata, sentita), il punto zero, per esserne consapevole sempre. Per essere capace di trovare un raggio di fresca autoconsapevolezza in qualsiasi situazione, per cercare di non dimenticare (quasi) mai la fonte che “si” muove, il punto di partenza, o la semiretta di partenza, o la zona di partenza.

Un fisico potrebbe parlare di energia fondamentale dell’universo, o di spinta fondamentale, o di radiazione (residua?) del Big Bang, non potendo risalire ancora più indietro. (Qui saremmo in realtà nel mondo della “materia esterna” e non nel “mondo vissuto”, ma il concetto è lo stesso.

Un motociclista potrebbe dire che, prima di fare curve e salti e pirolette, sarebbe meglio essere capaci di andare dritto, e magari salire e scendere dalla moto, saper mettere benzina e olio.

Un pittore potrebbe dire che un quadro, quando viene guardato, non esce dal nero o dal bianco abbagliante ma dai “mezzi toni”, e che nel dipingere sarebbe opportuno essere consapevole di quanto ci si sta allontanando da lì. (E’ per questo che qualcuno non usa tele bianche ma inizia dando una “tinta neutra” tipo un grigio oppure un beige). Nell’acquerello invece si parte sempre dalla consapevolezza del bianco (la luce!), cercando di non velarlo troppo, o addirittura cercando di preservarlo qua e là con il “masking fluid”. E’ lo stesso.

Lo yoga e la meditazione cercano di ri-evidenziare quel colore-base-fonte-luce-mano di base da cui tutto si fa esistente, da cui tutto si presenta.

Un filosofo potrebbe invitarti a raggiungere la consapevolezza di quello strato dell’esperienza in cui le cose appaiono non come date e pronte e “semplicemente presenti” (adattissime alla manipolazione, produzione, fabbricazione di altre cose già pronte, come intende la tecnica moderna…), ma quello strato in cui esse appaiono “dis-velarsi” (la “a-letheia”, il disvelamento di Heidegger, che si richiamava a esperienze fondamentali e originarie di tutti i viventi e già conosciute dai nostri antichi filosofi greci. A-letheia, appunto).

Poi certo tutto ciò non è affatto obbligatorio. Tante altre “discipline” forniscono un bel racconto e nient’altro, non offrono l’opportunità di “fare l’esperienza” da sé di un livello (per quanto possibile) originario.
Ma lo yoga, per chi lo desidera, è un mezzo che aiuta a raggiungere-vedere-essere quella fonte più velocemente e consapevolmente. La fenomenologia e filosofia ermeneutica ancora più velocemente. Se si vuole.

In uno dei primi post hai parlato di “esperienza dello yoga. Sono questioni sottili che non possono essere esattamente definite a parole e in tre righe, altrimenti non servirebbe praticare lo yoga. Comunque lo yoga appare in rilievo, si mette in rilievo, come esperienza specifica e diversa dal resto, quando viene praticato a partire da una condizione non-yoga (sono in discoteca, ma all’improvviso mi isolo e me ne sto in silenzio…). Ma non mi pare che, nella normale vita quotidiana dello yogin, ci siano esperienze “in più” rispetto alla vita quotidiana. E’ la vita quotidiana che diventa tutta un’altra cosa. Non si vede/sente più la propria esistenza come mossa da bisogni, urgenze, preferenze, orari, ma si vede ogni cosa (quegli stessi bisogni, urgenze, preferenze, orari) come scaturente da un flusso che ci supera e contiene (creazione in atto? Creazione in fieri?). Un po’ come passare dal secchiello e la paletta, con tutti i “loro” problemi (scavo qua, scavo là, facciamo il vulcano, che è il livello della tecnologia…) a una dimensione in cui “è estate”, “siamo nel mezzo dell’estate”. Secchiello e paletta non scompaiono ma tu guardi al mondo verticale che li contiene e li muove. Lo fai fermandoti un attimo, e ti fermi un attimo perché vuoi farlo. E’ un circolo. Se non ti fermi a studiare/meditare/ascoltare (stando in silenzio), niente conoscenza verticale.
L’attimo e il (suo? di chi?) flusso, attimo e flusso, siamo sempre lì.

Poi magari un artista preferisce l’action painting, o seguire la scuola di Pollock. Ma anche lì, può fare comodo sapere che non solo l’arte ma anche il pensiero del mondo, nelle forme dello yoga, del misticismo, della filosofia, ha avuto qualche problema nel reperire il “soggetto”.
C’è un problema del soggetto. Che si accompagna, in modo sorprendente, a una maggiore consapevolezza del valore della persona e della sua corporeità, del mondo vissuto, della esperienza vivente. Lo yoga, la filosofia contemporanea e altre forme di conoscenza guardano lì, invitano ad accorgersi di quello.

Un’ultima cosa, ho l’impressione che tu non ti possa fermare a far yoga perché stai ancora rincorrendo una conoscenza culturale panoramica, vuoi sapere un po’ di tutto. E’ un’ottima cosa. E’ indispensabile. E’ la prima cosa che un giovane oggi può fare. La scuola è stata fatta apposta.
Allora consiglierei anche la lettura di un bel manuale di filosofia a livello liceo, in tre volumi.

Hai nominato Nietzsche e il suo Zarathustra. E’ uno dei maggiori punti di riferimento del pensiero contemporaneo, ma non dimentichiamo che era anche un uomo con una cultura vastissima, professore all’università di Basilea.

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Messaggioda matasilogo » 28 maggio 2013, 23:24

Thot ha scritto:
AT ha scritto:Ragioni solo come un maschio
ogni femina esistente poi continua la specie

Faccio riferimento proprio all'esperienza dell'atto sessuale, come atto estatico, estasi che potrebbe ricavarsi dall'arte in questa sede. Sensazione che anche la donna, dopo, dimentica, anche continuando la specie...
-


Se qualcuno ha letto qualcosa sull'epigenetica dovrebbe riconoscere che ogni esperienza, specie se di picco, rimane nella memoria del cervello, del corpo ed addirittura dek DNA.
Confusione, ignoranza, paure e fretta indotta dalla cultura dominante, cancellano dalla mente il cambiamento in atto.
E' la mente che dimentica
La mente mente
Come si vede faccio differenza tra mente e cervello ed il resto.
La mente è l'elaborato della neocorteccia: 6 grammi di neuroni colonnari connessi solo ortogonalmente e non embricati e quindi non connessi in modo ubiquitario.

Ho riletto il primo messaggio di questa sequela.

Tutta questa diatriba è vacua.

Il primo messaggio era un atto poetico
e come tale aveva un valore intrinseco
e non era discutibile

Aveva più significati che per la maggior parte non sono stati recipiti od atdirittura stavolti.
Qualcuno ha notato la struttura grafica?
Era voluta.

Meditate gente

Nel senso di meditate in senso letterale ovvero rielaborate e apprezzerete

gaialivia ........un alloro
Hai fatto bene a stare alla finestra

era l'unico modo
Immagine
Sfsssssssssssss
Leggi i Sutra di Patangiali Edizione tradotta da Taimni o Iyengar.
Nella Natura, nello Yoga, nella Scienza i percorsi si intrecciano e producono l'evoluzione.
Il cambiamento è vita. Meglio collaborare che confliggere.
OM

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Messaggioda Thot » 29 maggio 2013, 16:15

Non voglio dilungarmi con ulteriori citazioni, non finiremmo più! Sintetizzo dicendo che ho letto (e riletto) le vostre risposte, cercando di trovare una connessione con le mie domande. E ho preso alcuni appunti.
Cioè, ho un quaderno per gli appunti con i vostri passi che durerà molto a lungo! Eh?

Difatti, al di là dell'opera esegetica di traduzione, mia per vostra, vostra per mia, che sembra generare antagonismi, mi accorgo attentamente che qualche volta è stato ribadito quello che io stesso ho sostenuto, quindi di tutti questi interventi, posso riepilogare in questo modo:
poiché yoga, tra l'altro, è armonia, non vale cercare di ristabilire un moto che di per sé causava conflitti, con uno nuovo che mina la serenità mediante una presa di consapevolezza, finendo così per ampliare lo stesso, ma istituire una forma "virale", subliminale, mediante una consapevolezza che non sfiora nemmeno il moto conflittuale ma che per la sua segretezza, dall'interno come agente, e la sua lucidità, da esterno come pratica, finisce per "indurre" e non "proporre" il soggetto a ritrovarsi risolto il suo conflitto senza neanche se ne abbia reso conto, avendo evitato di cercare di strapparselo di dosso. Durante questo processo il soggetto (lo yogi) deve evitare di prendere ancora consapevolezza della sua posizione di fronte allo stato di realizzazione, ma assecondare le sue inclinazioni, fino a che il processo interno non le risolva, senza che lui, ripeto, abbia cercato di strapparsele di dosso.


Correggetemi se è necessario.


Detto questo, RIPORTO AL POST ORIGINARIO, CHE APPARE COME IL TENERO CANTO DI UN ANGELO... AL CONFRONTO DI QUESTI ATROCI DEMONI INFERNALI CHE EMERGONO DALL'ABISSO, A CONCUPIRE LA LUCE

Che cosa è stato detto non serva a nessuno



RIPORTO AL POST ORIGINARIO...

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Messaggioda Indra » 29 maggio 2013, 20:52

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Messaggioda gb » 29 maggio 2013, 21:09

In sostanza thot, vritti é/sono ció che normalmente crediamo/pensiamo essere noi stessi e altro da noi stessi, e tutto ció che é relativo all'interazione tra quest'ultimi.

Il modo per poter vedere ció, é la pratica.
“Negli alberi, nel vento, nell’acqua perenne,
nella terra, nella luce, nella roccia inflessibile”
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Messaggioda Thot » 30 maggio 2013, 0:34

Luce Oscura ha scritto:continui a non discriminare tra mele banane e pere
lo yoga non è nè arte nè l'arte poichè non è espressione di moti di un qualche 'animo' ma pura e semplice tecnica operativa
l'esternazione di gaialivia è tipica di un principiante nello yoga che ancora indulge nelle vrtti delle emozioni
lo yogi è sempre in concentrazione costante e scoloratezza
conserva i 'bija' o semi di emozioni e sentimenti ma questi non lo 'colorano nè distraggono' nè si innalzano su altro
fanno parte della sua proiezione dell'universo
punto e basta
non riconosce alcunchè come esterno o interno o agente o da strapparsi di dosso o no
vrtti
solo vrtti e nient'altro che vrtti
lo yoga non è una pratica ma un modo di essere
liberamente scelto
poichè matasilogo è stato molto cortese con me per ringraziarlo visto che ama condividere darò un
koan di infinita risonanza
ben preso
ben dato
ben lasciato


La mia "diagnosi" chiaramente riguardava il problema del post riportandoti alle domande, non su cosa sia lo yoga. Continuo ad ammonire l'atteggiamento che propone la verità ma non la induce. Per tutto il resto, su ciò che hai scritto, non l'ho negato e sono d'accordo.

gb ha scritto:In sostanza thot, vritti é/sono ció che normalmente crediamo/pensiamo essere noi stessi e altro da noi stessi, e tutto ció che é relativo all'interazione tra quest'ultimi.

Il modo per poter vedere ció, é la pratica.


D'accordissimo, da non dimenticare lo sconvolgimento causato dalla ricerca d'eliminazione delle vritti e come, su quale sentiero, ecc., quale appunto causa originaria di tutti i drammi proposti. So che l'interazione produce questi drammi. Solo una cosa non è chiara, e l'avevo pure ribadito prima: tu dici che il modo per vedere ciò, cioè, per riconoscere le vritti, è la pratica. Io mi accorgo che la pratica conduce all'annullamento di sé, più che all'introspezione. Vale a dire, trovare la natura divina a discapito della venuta a conoscenza della natura animale/mentale, cioè dove risiedono le vritti. E che in questo modo è come se si stesse trasformando se stessi mediante l'annullamento, non la presa di coscienza di ciò che si è (cioè, si crede di essere). Ecco che succede di conseguenza che praticando, quando poi ci si ritrova in una condizione che ricalca uno stato che non sia quello "preservato" dalla pratica, le tendenze rivengono fuori, perché è come se non fossero state analizzate e distrutte, ma soverchiate.

Questa almeno, è la condizione primordiale.
Magari avanzando con la pratica mi accorgerò, come per magia, che le vritti sono state eliminate.
A meno che la pratica non consista proprio nell'andare a scovarle direttamente e lavorarvi su. Ma questo non lo so, non ho ancora letto a proposito, nè mi pare che il percorso di patanjali lo proponga...

Poi luce oscura scrive che lo yogi riconosce le vritti come parte della proiezione dell'universo e basta. Vorrebbe dire che li riconosce, ma non vi lavora per eliminarle... Elimina il giudizio e l'identificazione in esse, ma non le stesse.

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Messaggioda fabio » 30 maggio 2013, 10:33

Thot ha scritto:Questa almeno, è la condizione primordiale.
Magari avanzando con la pratica mi accorgerò, come per magia, che le vritti sono state eliminate.
A meno che la pratica non consista proprio nell'andare a scovarle direttamente e lavorarvi su. Ma questo non lo so, non ho ancora letto a proposito, nè mi pare che il percorso di patanjali lo proponga...


Parli degli yogasutra di Patanjali? Forse abbiamo testi diversi.
Comunque per poter lavorare su qualcosa devi evidentemente almeno sapere che esista.
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Messaggioda Indra » 30 maggio 2013, 13:12

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Messaggioda Thot » 30 maggio 2013, 15:47

Luce Oscura ha scritto:thot
o leggi con attenzione e concentrazione o è inutile continuare
ho scritto che lo yogi 'CONSERVA I BIJA' dove i bija sono i 'SEMI' e non i frutti e non li ' INNALZA' poichè per lui TUTTI I BIJA hanno lo stesso 'PESO'
PUNTO E BASTA che sta per 'FINE'
DOPO ho scritto che 'non RI-CONOSCE' ecc e VRTTI
VRTTI deriva dalla radice vrt che significa VORTICE analogo al latino VORTEX e stanno per 'volgersi o muoversi attorno'
nè lo yogi ELIMINA alcunchè Né lo ha MAI detto patanjali che scrive
lo yoga E' il NON SORGERE o ni-rodha (diversissimo da 'eliminare') delle VORTICAZIONI o vrtti di CITTA
patanjali afferma che lo yoga è EQUILIBRARE la mente
o stabilizzarla non facendo più in-sorgere gli squilibri o instabilità
NON STA DICENDO CHE ELIMINA I BIJA DELLA MENTE MA CHE LI CONSERVA SENZA DAR LORO PESO PARTICOLARE E LO FA CON LA CONCENTRAZIONE COSTANTE E LA SCOLORATEZZA
solo uno stolto può credere che vadano eliminati o eliminare la mente
vrtti


Se tu non leggi quello che scrivo io, non ti accorgi che ci siamo intesi, ho dato una spiegazione a quello che tu scrivi. Se tu scrivi che lo yogi conserva i bija, devo pur commentare per prelevarne il pragma. Tu dici che lo yogi non elimina alcunché, anche questo devo commentarlo. Sennò rimarremmo a leggere senza comprendere mai come operare. Sto cercando di dare una spiegazione, non ti ho contraddetto né ho sviato il discorso.

Io ho scritto,
Thot ha scritto:Poi luce oscura scrive che lo yogi riconosce le vritti come parte della proiezione dell'universo e basta. Vorrebbe dire che li riconosce, ma non vi lavora per eliminarle... Elimina il giudizio e l'identificazione in esse, ma non le stesse.


Tu hai ribadito il medesimo concetto, ammonendomi di non leggere attentamente!
Quindi, dovendo reinterpretare: lo yogi riconosce le sue vrtti, ovvero le vibrazioni, il vortice, ciò che si muove, e se si muove da vita all'essere (la sua idea di essere), per questo sta per vortice. Si limita a riconoscerle.
Riguardo i bija, non li sopprime ma li conserva, ovvero questi sono ad ogni modo presenti, solo non soverchiano(predominano), data la sua costante concentrazione.

Quello che deve o non deve strapparsi di dosso(le vrtti stesse), non è ciò che riconosce come interno o esterno, qui mi hai frainteso... mi riferisco al frutto "della pratica stessa". Vale a dire che, se lo yogi non lavora per eliminare le sue vritti, si ritrova a smettere con la tendenze di "innalzarle" grazie alla pratica che conduce allo stato di concentrazione (e come dici tu scoloratezza, che non ho capito per cosa sta...), e per questo non ha mai cercato di operarvi direttamente per sopprimerle,trasmutarle, questo vuol dire strapparsele di dosso!

Ora, ricalcando quanto tu hai definito, possiamo trarre(azzardare) delle conclusioni, soprattutto:
Luce Oscura ha scritto:NON STA DICENDO CHE ELIMINA I BIJA DELLA MENTE MA CHE LI CONSERVA SENZA DAR LORO PESO PARTICOLARE E LO FA CON LA CONCENTRAZIONE COSTANTE E LA SCOLORATEZZA


Se è così, i bija sono "coperti" dalla concentrazione, e che se la concentrazione venisse a mancare, questi si innalzerebbero? visto che sono rimasti conservati?
Lo scopo dello yoga allora è allenare la mente ad ottenere una concentrazione costante, arrivando più a non rischiare di cadere in uno stato di non concentrazione?

Perché se neanche fosse così, è lecito porsi la mia domanda precedente, ovvero,
Thot ha scritto: in questo modo è come se si stesse trasformando se stessi mediante l'annullamento, non la presa di coscienza di ciò che si è (cioè, si crede di essere). Ecco che succede di conseguenza che praticando, quando poi ci si ritrova in una condizione che ricalca uno stato che non sia quello "preservato" dalla pratica, le tendenze rivengono fuori, perché è come se non fossero state analizzate e distrutte, ma soverchiate.

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Messaggioda Indra » 30 maggio 2013, 19:35

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Messaggioda gb » 30 maggio 2013, 19:48

Luce Oscura ha scritto:saltiamo i vari ' io dicevo che tu dicevi che io dicevo' ecc e procediamo
le vrtti NON vanno eliminate ma ri-conosciute per quello che sono
vorticazioni dovute alla instabilità o incapacità a mantenere l'equilibrio tra i complementari
chi non VUOLE farlo NON é LA MENTE ma IL PRATICANTE che SCEGLIE di farlo o no
SEMPRE E SOLO TUA LA SCELTA
uso il termine 'scoloratezza' in rapporto alla tecnica
operativa' Forma è Colore e Colore è Vibrazione'
che riassume tutto lo yoga
in sanscrito il termine è vairagya che viene tradotto come 'Distacco' formato da vi- che sta per 'senza'
e raga che sta per ' attaccamento'
la concentrazione costante è un MEZZO fino a quando non c'è più differenza alcuna tra concentrazione e distrazione
la pura concentrazione è pura dis-attrazione
il fine dello yoga e delle vie di conoscenza è sempre lo stesso
essere consapevoli di ESSERE sè stessi
non un dio indefinibile ed inesistente
semplicemente ESSERE sè stessi
eppure quasi tutti si perdono dietro ad un dio inesplicabile poichè è facile e comodo
è la più grande vrtti che si pone in essere per evitare di SCEGLIERE di ESSERE sè stessi o meglio di ESSERE SIGNORI DI SE' STESSI
isvara e purusa

ecco che ti ho mostrato lo yoga


Da www.yoga.it

"Tada drastuh svarupe 'vasthanam

Allora il veggente è fondato nella sua natura essenziale.

Solamente quando le modificazioni della mente sono cessate, il senso di attaccamento ed identificazione con il mondo è svanito e la mente stessa è libera dal gioco dei tre guna si può pervenire alla realizzazione, o stato di kaivalya.

Questo stato non è comprensibile al nostro attuale livello di consapevolezza e non è comunque accessibile dall'esterno: può essere verificato solo tramite l'esperienza diretta."

Da qui, l'invito alla pratica thot
“Negli alberi, nel vento, nell’acqua perenne,

nella terra, nella luce, nella roccia inflessibile”

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Messaggioda Thot » 31 maggio 2013, 0:36

Luce Oscura ha scritto:le vrtti NON vanno eliminate ma ri-conosciute per quello che sono
vorticazioni dovute alla instabilità o incapacità a mantenere l'equilibrio tra i complementari


E qui ci siamo, è la terza volta che viene ribadito. I complementari sarebbero la coscienza attiva e la mente, che cadono nella disarmonia quando l'una prevarica.

Luce Oscura ha scritto:chi non VUOLE farlo NON é LA MENTE ma IL PRATICANTE che SCEGLIE di farlo o no
SEMPRE E SOLO TUA LA SCELTA


Sta a significare che c'è la mente e poi ci sono IO, cioè la coscienza attiva. L'IO predomina sulla mente grazie alla costante concentrazione. Io quindi lavoro su di me tenendomi concentrato per prevaricare la mente, e non sulla mente per modificarla.

Luce Oscura ha scritto:la concentrazione costante è un MEZZO fino a quando non c'è più differenza alcuna tra concentrazione e distrazione
la pura concentrazione è pura dis-attrazione


Benché altri abbiano sdegnato questa condizione di concentrazione costante, ma non è questa la sede per parlarne...
hai detto che è un mezzo, quindi avendo smarrito le differenze tra concentrazione e distrazione, ci si ritrova solamente ad "essere", senza sforzo. Senza l'atto di volere tenersi concentrati.
Questo vuol dire che l'illuminazione, o kaivalya, non è una condizione che si può perdere una volta ottenuta per mezzo della concentrazione costante...

Luce Oscura ha scritto:il fine dello yoga e delle vie di conoscenza è sempre lo stesso


Intendi il fine, non le tecniche operative. Per questo io devo affidarmi alla via giusta, per me, qual'era l'intenzione di gran parte dei miei post. Sempre ammesso che non esista una via giusta o sbagliata, ma neanche un io che discrimini in tal senso.

Luce Oscura ha scritto:essere consapevoli di ESSERE sè stessi
non un dio indefinibile ed inesistente
semplicemente ESSERE sè stessi
eppure quasi tutti si perdono dietro ad un dio inesplicabile poichè è facile e comodo
è la più grande vrtti che si pone in essere per evitare di SCEGLIERE di ESSERE sè stessi o meglio di ESSERE SIGNORI DI SE' STESSI
isvara e purusa

ecco che ti ho mostrato lo yoga


Essere se stessi intendi, l'essenza, il purusha, l'atman, non la mente e i suoi aggregati. Per dio intendi "fede" come "attaccamento" in dio, e non il dio che è già l'essere, giusto?


gb ha scritto:Solamente quando le modificazioni della mente sono cessate, il senso di attaccamento ed identificazione con il mondo è svanito e la mente stessa è libera dal gioco dei tre guna si può pervenire alla realizzazione, o stato di kaivalya.


Abbiamo detto che mediante la concentrazione si superano le modificazioni mentali a far si che non si innalzino al di sopra della coscienza.
Voglio sapere una cosa: se nel modo citato, e citato da luce oscura, mediante la concentrazione costante, si perviene alla realizzazione, o stato di kaivalya, questo vuol dire che un essere realizzato continua ad esistere e la sua coscienza non si dissolve, perché la sua coscienza vige ancora. O no? Se anche la sua coscienza si dissolvesse, come si spiega che delle anime già liberate decidono di rinascere? Sarebbe impossibile in assenza di una coscienza, la quale solo lei può decidere se rinascere. Essere illuminati, sia prima che dopo la morte, significa continuare ad essere coscienti?

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Messaggioda gb » 31 maggio 2013, 6:27

Thot ha scritto:
gb ha scritto:Solamente quando le modificazioni della mente sono cessate, il senso di attaccamento ed identificazione con il mondo è svanito e la mente stessa è libera dal gioco dei tre guna si può pervenire alla realizzazione, o stato di kaivalya.


Abbiamo detto che mediante la concentrazione si superano le modificazioni mentali a far si che non si innalzino al di sopra della coscienza.
Voglio sapere una cosa: se nel modo citato, e citato da luce oscura, mediante la concentrazione costante, si perviene alla realizzazione, o stato di kaivalya, questo vuol dire che un essere realizzato continua ad esistere e la sua coscienza non si dissolve, perché la sua coscienza vige ancora. O no? Se anche la sua coscienza si dissolvesse, come si spiega che delle anime già liberate decidono di rinascere? Sarebbe impossibile in assenza di una coscienza, la quale solo lei può decidere se rinascere. Essere illuminati, sia prima che dopo la morte, significa continuare ad essere coscienti?


Ma, thot, io e te siamo realizzati? Io no di sicuro. Abbiamo conosciuto anime giá liberate che sono rinate? Boh? Per quanto mi riguarda non ne ho idea. Siamo illuminati prima o dopo la morte? Io no di certo, almeno al momento.
Quindi, di che stiamo a parlá?

La mia domanda a quest'ora é se iniziare con il saluto al sole o con la rishikesh, stamattina.
“Negli alberi, nel vento, nell’acqua perenne,

nella terra, nella luce, nella roccia inflessibile”

Giovanni Vannucci


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