LA SERIE RISHIKESH E LA LINGUA PERDUTA DEI VEGGENTI

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Paolo proietti
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LA SERIE RISHIKESH E LA LINGUA PERDUTA DEI VEGGENTI

Messaggioda Paolo proietti » 26 aprile 2016, 16:11

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Nel mese di maggio uscirà per le Edizioni Aldenia, il mio secondo libro, "Hatha Yoga, la lingua perduta dei Veggenti",con la prefazione di Malcolm Bilotta.
Nelle 200 e rotte pagine tratto vari argomenti: racconto dei miei primi contatti con l'India, negli anni '70, delle esperienze fatte in questi anni con Yoga.it e il Gruppo Yoga Vedanta, dei rapporti,, a volte sorprendenti tra l'astronomia/astrologia vedica e lo Yoga, ma il tema principale è la serie di Rishikesh o serie Shivananda. Si tratta una coreografia, basata su dodici asana (ma esistono versioni anche a dieci asana, credo le citi Van Lisebeth, anche se, secondo gli studi che ho fatto, la serie di Rishikesh "deve" essere una sequenza di dodici posizioni... ), proveniente dagli insegnamenti dello yoga Himalayano, diffusa in Occidente da Sivananda e dai suoi allievi .

La versione più famosa della serie Rishikesh è quella di Swami Vishnudevananda, il discepolo che Shivananda mandò alla fine degli anni '50 negli States per divulgare il suo yoga e gli insegnamenti vedantici (Shivananda è legato allo Shankaramath di Sringeri) ed è quella che propongo nei miei stage:

1 - Sirshasana (verticale sulla testa)

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2 - Sarvangasana (candela)

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3 - Halasana (Aratro)

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4 - Matsyasana (Pesce)

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5 - Paschimottanasana (allungamento della schiena in avanti da seduti)

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6 - Bhujangasana (Cobra)

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7 - Shalabasana (Locusta) o Ardha Shalabasana (mezza Locusta)


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8 - Danurasana (Arco)

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9 - Ardha Matsyendrasana (Torsione della colonna)

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10 - Kakasana (Corvo)

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11 - Trikonasana (Triangolo) con passaggio in Uttanasana (posizione estesa della schiena in piedi)

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12 - Savasana (Posizione del cadavere)

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[ le foto degli asana sono di Francesca Proietti ]

Vishnudevananda era amico ed insegnante dei Beatles, di Peter Sellers e fino al 1993 se ne è andato in giro a piedi o in aereo, per spargere il verbo suo e del suo maestro: l'illusorietà delle barriere.

"Non esistono barriere né fisiche né culturali, diceva lo Swami,basta cambiare prospettiva per comprenderlo"

Mi sta simpatico Vishnudevananda.
E' uno che ci ha sempre messo la faccia.

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Credeva che le guerre fossero un'idiozia e fino alla morte (1993) se ne è andato in giro a spargere fiori dove si combatteva (dall'Irlanda del Nord alla Palestina).


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Negli Stati Uniti era lo Yogi dei Vip ( come Iyengar lo è stato in Europa dopo aver curato la Regina Madre del Belgio), e questo ha portato ad una diffusione eccezionale della serie da lui proposta.

L'insistenza del suo insegnamento sulla verticale sulla testa è una cosa che mi ha sempre colpito.

Bisogna considerare che per lui lo stare molto in sirsasana, la verticale sulla testa, aveva un intento didattico: voleva insegnare, come insegnò a John Lennon negli anni '60, che un semplice cambio di posizione può condurre ad un cambio della mentalità.


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Lavoro con il corpo da una quarantina di anni, per undici anni ho curato la preparazione fisicadi attori e danzatori disabili e ho seguito la riabilitazione di alcuni anziani provenienti dalla frattura del femore ed altri malanni, e devo dire che qualche dubbio sulla validità di cominciare una sequenza con la verticale sulla testa devo dire che ce l'ho.

E ho anche dei dubbi sulle sequenze prefissate: gli asana sono lettere dell'alfabeto della lingua degli dei e ogni praticante deve per prima cosa, scrivere il "suo vero nome".

Deve, cioè, trovare quelle posizioni che in lui scatenano effetti positivi e modificazioni sostanziali del corpo e dello stato mentale.

Prima di assumere la posizione di equilibrio sulla testa, poi, sarebbe meglio prendere confidenza con cosiddetta candela, in modo da preparare il delicato equilibrio delle vertebre cervicali necessario alla posizione sulla testa, e curare, nelle posizioni in piedi, l'allineamento e l'integrazione delle varie "cerniere".

Ma, a parte la verticale sulla testa come prima posizione, la serie Rishikesh (o "serie Shivananda") dal punto di vista della preparazione fisica è abbastanza "squilibrata".

Eppure "FUNZIONA" .

Quando, tra gli anni settanta e gli anni ottanta ho praticato assiduamente la serie Rishikesh,
la mia attenzione era rivolta soprattutto alla maniera di legare le posture tra di loro con passaggi fluidi ed eleganti.

Alla fine, aggiungendo varianti sempre più complesse, l'avevo trasformata in una coreografia, con movimenti acrobatici di una certa difficoltà, assai bella da vedersi, ma in un certo senso fine a se stessa.

Da quando, quest'anno ho cominciato ad insegnarla ai miei allievi mi sono reso conto delle potenzialità dei dodici "esercizi" e di quelle implicazioni posturali, energetiche e simboliche, che praticando da solo non avevo apprezzato a pieno.

Dopo le lezioni, basate su una serie di esercizi di avvicinamento ad uno/due asana per volta, gli effetti positivi sono immediati in tuttie riguardano soprattutto la postura e una generale sensazione dibenessere, ma in coloro che hanno esperienze di Kundalini yoga o di Qi Gong è evidente, dopo le lezioni, un aumento delle capacità di percepire le energie sottili.

Credo che questa serie, divenuta routine, e quindi abitudine, in parecchie scuole di Yoga, nasconda dei piccoli grandi segreti e credo anche che possa essere una delle chiavi per comprendere che lo Hatha Yoga non è solo una salubre ginnastica, ma "la lingua perduta dei Veggenti"
Il Manzo non Esiste

Paolo proietti
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Re: LA SERIE RISHIKESH E LA LINGUA PERDUTA DEI VEGGENTI

Messaggioda Paolo proietti » 14 giugno 2016, 16:38

I TRE TESORI E IL BAMBINO DIVINO
Tratto da: "Hathayoga - la lingua perduta dei Veggenti", Aldenia Edizioni; parte prima capitolo III


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Fig. 3 Golfo di Baratti-lezioni di Yoga sulla spiaggia







Su internet gira un video degli anni ’30 in cui si vede Krishnamacharya (il padre dello yoga moderno, maestro di Iyengar, Desikachar e Phattabi Jois) eseguire alcune sequenze tradizionali di Haṭhayoga. L’eleganza, la morbidezza e la fluidità dei suoi movimenti, sono così lontane dalla rigidità di alcuni yogin contemporanei da far pensare a due discipline diverse.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=19&v=p6MtQHqEIDw


Il fine dello Yoga è quello di restituire all’essere umano la dignità del suo Stato Naturale[3], una condizione nella quale il corpo libero da blocchi e contrazioni si muove come si muoveva Krishnamacharya, con l’eleganza del felino, la fluidità del serpente, la leggerezza di un gabbiano che si fa cullare dal vento. Una condizione impossibile da raggiungere se non si fanno i conti con le proprie emozioni e con i propri meccanismi mentali.

Le sovrastrutture culturali, i pregiudizi, le credenze che impediscono il libero fluire dei pensieri condizionano l’espressione delle emozioni che a loro volta influenzano il rapporto del corpo con lo spazio esterno.
Gesto, emozione e pensiero o, come dicono i buddisti, “Corpo, Parola e Mente”, sono i tre gioielli dello Haṭhayoga. Somigliano un po’ ai tre “doni della morte” di Harry Potter: concedono il loro vero potere non a colui che li possiede e controlla, ma a chi, dopo averli trovati, puliti e lucidati, ha il coraggio di disfarsene, arrendendosi alla legge del Cosmo. La lezione dell’arrendersi, del “Surrender”, è la più difficile da apprendere.

Molti preferiscono credere che lo yogin sia colui che con la volontà padroneggia pensieri, emozioni e gesti, ma i testi antichi, gli inni vedici e le upaniṣad, parlano chiaro, bisogna arrendersi.
Arrendersi nello Yoga non significa essere passivi, ma assistere, divertiti, allo spettacolo della nostra vita consapevoli del fatto che i sorrisi, le lacrime, gli addii strazianti e i baci ritrovati sono parti di un copione scritto da altri. Noi non possiamo far altro che recitare il nostro ruolo fino in fondo, stando bene attenti a non prendersi troppo sul serio, ché tanto, prima o poi, arriverà qualcuno a dirci che era solo un gioco, il gioco degli dei.

È lo spettatore (in sanscrito sākṣin, il “testimone”) l’essenza ultima dell’Uomo, il suo vero sé, colui che vive allo Stato Naturale, senza paura, rabbia o dolore. È dentro di noi, anzi “è” noi, ma la non consapevolezza dei tre tesori (Corpo, Parola e Mente) e dei fili sottili ma indissolubili, che li uniscono ce ne impedisce la visione.

Gli antichi yogin chiamarono la non consapevolezza avidyā, e la identificarono con tre nodi (granthi) posti in tre luoghi diversi:
il primo nodo, tra genitali e ombelico, è la sede della non consapevolezza del corpo.
Il secondo, nella zona del cuore, è la sede della non consapevolezza delle emozioni.
Il terzo, alla fronte, è la sede della non consapevolezza dei pensieri.

Sciogliere i nodi e lasciare che Corpo, Parola e Mente seguano i ritmi dell’universo significa realizzare lo Stato Naturale, fine ultimo della pratica dello Yoga. Vediamo di capirsi meglio: lo Stato Naturale è la condizione in cui l’essere umano attraverso i sensi, percepisce il mondo “così com’è”. Gli stimoli esterni arrivano alla mente che li analizza ed elabora una eventuale risposta. Le analisi e le risposte della mente provocano un’emozione o una catena di emozioni che a loro volta fanno insorgere le azioni più giuste, ovvero più in linea con la legge naturale (questo è il significato di Sanātana Dharma, l’insieme degli insegnamenti su cui si fonda lo Yoga, “legge naturale” o “legge eterna”).

I “nodi”, creati in genere dalle sovrastrutture culturali e da esperienze negative non elaborate, interrompono questo processo, rendendo goffi e artificiosi sia i moti dell’animo che quelli del corpo e facendoci perdere, progressivamente, il contatto con la nostra parte istintuale. Le reazioni naturali vengono sostituite da automatismi creati dalle credenze, dagli usi e i costumi della comunità in cui viviamo, e l’insieme degli automatismi crea a sua volta delle “maschere”, dei “caratteri” (nel senso che si dà in teatro a questo termine) che ci sono utili per stabilire delle relazioni nell’ambito di determinate reti sociali, ma che soffocano la nostra parte istintiva, il bambino divino che dorme nel nostro cuore.

In Occidente spesso il “bambino divino” viene identificato con Dioniso, in India è Śiva, il “signore degli animali” (Paśupati), detto anche Śaṇkara, il “benefattore”, Śambhu, “colui che porta la felicità”, o Naṭarāja, il “re della danza”.
-“Śivo’ham”- “io sono Śiva”, dicono i maestri indiani, a significare che hanno sciolto i nodi della non consapevolezza e realizzato lo Stato Naturale.


3 In sanscrito सहज Sahaja, “congenito”, “innato”, “originario”.
Il Manzo non Esiste


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