Dio nel cervello.

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Dio nel cervello.

Messaggioda BabaJaga » 19 ottobre 2015, 14:29

Testo di Andrew Newberg.
Titolo:Dio nel cervello.
Casa editrice: Mondadori. 2002.

Gord Allen è uno scrittore freelance, musicista elettronico e DJ che vive a Toronto. Mentre scriveva questo articolo, stava preparando un libro provvisoriamente intitolato: “Why Gord Won’t Go Away”.


Le teorie di Newberg, spiegata nei dettagli in “Dio nel cervello”, sono numerose: spaziano dal perché il nostro innato cervello spirituale è sopravvissuto all’evoluzione, fino alla speculazione sulle radici biologiche del fondamentalismo religioso. L’esperienza mistica in accordo al suo pensiero può essere considerata una normale funzione dell’attività cerebrale.

Il Dott. Andrew Newberg è, come lui stesso afferma ridendo, “bloccato” tra la spiritualità e la scienza. Fin dalla pubblicazione del suo libro, Dio nel cervello (Why God Won’t Go Away in edizione originale), il professore dell’Università della Pennsylvania ha tenuto conferenze sulla scienza agli uomini di religione, e agli scienziati sugli uomini di religione. Si è fatto ammiratori e critici su entrambi i versanti del dibattito scientifico-religioso, ed è in grado di parlare facilmente a tutti e due, perché nemmeno lui è sicuro di ciò in cui crede.

Durante i trentacinque anni della sua giovane vita ha valutato le alternative a sua disposizione: dalla spiritualità della sua famiglia Ebrea riformista, alla scienza che, per il suo splendore, lo ha spinto a entrare nel mondo accademico. La sua disponibilità a entrambe – la scienza e la spiritualità – lo collocano nel numero sempre maggiore di pensatori che stanno avvicinando questi mondi distinti.

Oltre ai grandi interrogativi esistenziali, Newberg possiede solide convinzioni, la più salda delle quali al momento è la certezza di aver scoperto qualcosa di enormi proporzioni: le ragioni biologiche per cui gli esseri umani sono predisposti al pensiero religioso, per cui i nostri cervelli “si rivolgono a Dio”. Egli ha fiducia anche nel suo metodo, che fonde il rispetto per ciò che la scienza può rivelarci sul mondo con la comprensione che essa “non può accompagnarti fino in fondo alla strada”.

Dieci anni fa, questo atteggiamento equilibrato condusse Newberg a stringere una relazione di lavoro con un certo Eugene d’Aquili, una specie di antropologo che aveva studiato l’attività del cervello dei partecipanti a rituali religiosi. I due cominciarono a chiedersi come avrebbero potuto ottenere dei dati quantificabili relativi all’esperienza spirituale. La loro risposta fu di riprendere delle immagini dei cervelli dei meditatori del buddismo tibetano e delle monache francescane nel culmine dell’estasi spirituale.

Newberg e D’Aquili (che morì nel 1998) chiesero ai buddisti e alle suore di lasciare i loro santuari e di meditare in una stanza oscura all’University of Pennsylvania Hospital. Coloro che accettarono si sedettero in una stanza illuminata da poche candele, con una cordicella d’aquilone legata alle dita e una flebo fissata nel braccio. Essi avrebbero iniziato a pregare o a meditare. Dopo circa un’ora, al momento in cui si stava verificando un picco di trascendenza, i soggetti avrebbero strattonato la cordicella. Collegato all’altro capo del filo c’era il Dott. Newberg, seduto in una stanza adiacente. Questa era l’indicazione per Newberg di somministrare del liquido radioattivo attraverso la flebo. Qualche momento più tardi il soggetto pregante, con il liquido radioattivo nel cervello, sarebbe stato velocemente mandato al Nuclear Medicine Department dell’Università e fotografato da una potente macchina fotografica sensibile alla radioattività.

Newberg e D’Aquili lessero attentamente le immagini cercando delle forme ricorrenti. I ricercatori non erano interessanti tanto alla radioattività in sé, quanto all’attività neurologica indicata dai movimenti della radioattività. Buddista dopo buddista, suora dopo suora, si ebbero dei risultato coerenti. Primo, ma non a sorpresa, l’area del cervello associata con la concentrazione, la Attention Association Area (AAA) [Area dell’Associazione e dell’Attenzione], mostrava un’accresciuta attività nei soggetti preganti, in confronto ai non preganti. Ma la scoperta che provocò la maggiore eccitazione fu che le informazioni neurologiche dirette verso l’Oirentation Association Area (OAA) [Area dell’Associazione e dell’Orientamento] si erano grandemente ridotte, o “deafferentizzate”.

La OAA, situata in cima alla sezione posteriore del cervello, è quella parte responsabile dell’orientamento del corpo nello spazio fisico. Uno dei modi con cui tale orientamento viene determinato è definire chiaramente i limiti del corpo di un individuo, cioè distinguere il “te” dal “non-te”. Se quest’area non disponesse di alcuna informazione sensoriale per svolgere il suo compito, la logica conseguenza sarebbe che l’individuo non potrebbe determinare dove finisce lui – o lei – e comincia il resto del mondo.

Newberg e D’Aquili reputarono questa mancanza del senso fisico di sé molto simile a ciò che avevano letto a proposito dell’unione mistica con il Divino, senza parlare della testimonianza resa dai soggetti meditanti sul loro sentirsi “tutt’uno” con l’universo. Newberg e D’Aquili credettero di aver scoperto la radice fisica dell’ego, e il modo con cui i loro soggetti di laboratorio ne sospendevano l’attività.

Dopo questa gigantesca scoperta, Newberg e D’Aquili cominciarono a valutarne le innumerevoli implicazioni. Le loro teorie, spiegate nei dettagli in Dio nel cervello, sono numerose: spaziano dal perché il nostro innato cervello spirituale è sopravvissuto all’evoluzione, fino alla speculazione sulle radici biologiche del fondamentalismo religioso. Inoltre, loro sono convinti che tali scoperte rendano impossibile liquidare l’esperienza spirituale come il prodotto di una mente ingannevole o di un modo di pensare fantasioso, come sostengono i “materialisti razionali”. Al contrario, l’esperienza mistica può essere considerata una normale funzione dell’attività cerebrale.

Non appena il libro è arrivato in libreria, Newberg ha cominciato a viaggiare e a tenere conferenze a vari gruppi di persone sul continuum scienza/spiritualità (in cui un polo era rappresentato dal materialismo razionalista, l’altro dalla fede totale nel Divino). Le interpretazioni delle sue scoperte sono state variegate quanto i gruppi cui si è rivolto. Molte persone, all’interno delle chiese tradizionali e dei gruppi new age, sentono che la sua scoperta conferma la loro convinzione secondo cui, quando stanno pregando o meditando, qualcosa di fisico accade effettivamente all’interno della loro testa. Altri non ne sono così entusiasti. Io stesso all’inizio rimasi un po’ freddo di fronte al pensiero che le meravigliose sensazioni di unità che provavo intonando dei mantra fossero possibili solo grazie al “soffocamento” di una parte del mio cervello. Il processo sembrava troppo meccanico, come se io fossi un robot.

La pratica semplicità del processo mi spinse a chiedere a Newberg se in questo mondo della chirurgia cosmetica e della clonazione produrremo, un giorno, esperienze spirituali grazie alla chirurgia cerebrale specializzata. Newberg pensa di no, e per dimostrare il suo punto di vista fa riferimento agli sciamani che usano sostanze psicoattive allo scopo di raggiungere stati visionari. Il contesto culturale in cui operano questi sciamani è, secondo lui, una componente essenziale nel raggiungimento di tali stati. Inoltre, le persone che hanno ricevuto dei danni alla loro OAA non mostrano alcun segno di esperienze di unità con Dio. La scienza può arrivare solo fino ad un certo punto. La sacralità culturale delle tradizioni spirituali – i riti – sono necessari.

Mentre le persone inclini alla spiritualità sono giunte a interpretazioni che spaziano da una maggiore convinzione nel potere della preghiera alla mia ansia nei confronti delle scoperte scientifiche, certi pensatori atei si rallegrano, sostenendo che Newberg e D’aquili abbiano rinforzato la loro tesi secondo cui Dio non esiste, dal momento che sensazioni di unione non sembrano pervenire da un potere più alto, ma dal risultato di un processo neurologico, una OAA “temporaneamente accecata”, come la definisce Newberg. Quando gli chiedo spiegazioni su questa interpretazione, Newberg mi racconta ridendo il dialogo con alcuni di questi atei: «Spesso sono molto più veementi delle persone religiose».

Newberg è entusiasta del dibattito sul suo lavoro condotto da ogni tipo di persone, ma pensa che la negazione sostenuta dagli atei della realtà dell’esperienza spirituale – solo perché quest’ultima può essere localizzata nel cervello – dia troppa importanza alle sue foto del cervello, ignorando ciò che egli chiama la “la prospettiva fenomenologica”; ovvero, il riconoscimento che i suoi soggetti di laboratorio credono di aver sperimentato l’unione. Benché l’esperienza dell’unione da parte di una persona non possa essere misurata (il che è la condizione richiesta dalla scienza per ammettere l’esistenza di qualcosa), per Newberg essa è un dato “reale”.

Egli cita, come esempio parallelo, un amante dell’opera che ascolta Puccini. Una scansione del cervello mostrerà un certo modello d’impulso sensorio, ma non può mostrare la risposta emotiva percepita dall’ascoltatore. Questo significa che l’emozione non è “reale”? «Ovviamente, la scienza non ti porta necessariamente a questa conclusione. Abbiamo osservato il fenomeno dell’esperienza in sé e per sé, e quando lo facciamo e vediamo che queste esperienze sono percepite come se fossero più reali delle nostre esperienze quotidiane, ciò rovescia tutto».

Accettando la possibilità che gli stati mistici siano “più reali” dei nostri stati di veglia quotidiani, Newberg sta aprendo il dibattito sulla vera natura della realtà, sfidando ciò che non solo la scienza, ma anche il nostro cervello definisce “reale”. «Siamo estremamente limitati da ciò che accade nel nostro cervello. Se quest’ultimo accoglie tutte le nostre informazioni sensoriali – ed è così che sviluppiamo la consapevolezza – siamo in un certo senso bloccati all’interno del nostro cervello. Il solo modo di conoscere veramente che cosa ci sia all’esterno è uscire in qualche maniera dal cervello stesso. Questo è impossibile dal punto di vista della scienza, ma da una prospettiva spirituale esiste almeno una possibilità di farlo».

Anche se di solito usano un linguaggio più fiorito, i saggi hanno sempre pensato che siamo bloccati dentro il nostro cervello, che Dio non può farsi conoscere attraverso l’argomentare della mente razionale. Quando per la prima volta incontrai il Dott. Newberg, mi trovavo per caso nel mezzo della rilettura di Bodhisattva of Compassion di John Blofelds, un piccolo, meraviglioso libro sulla dea cinese Kuanyin. Dopo aver avuto una visione della dea compassionevole, Blofelds percorre la Cina chiedendo alle monache e ai monaci buddisti la loro opinione se ciò che ha visto sia “reale”. Più e più volte è gentilmente rimproverato di pensare troppo, di lasciare alla mente razionale il potere di svalutare la sua esperienza. Le facoltà razionali devono essere messe da parte, essi dicono, rimosse dall’equazione. Forse è necessario spegnere qualcosa. Forse quella cosa è la OAA.

Quando Newberg parla del potere della spiritualità nel superare i limiti del cervello, è facile supporre che sia un devoto del Divino.Tuttavia, egli continuerà a sostenere l’esistenza di Dio soltanto fino a che il suo lavoro ne appoggerà la “possibilità razionale”. Newberg non sa se Dio esiste oppure no. Usa la ricerca scientifica associata a “una vita contemplativa” per cercare di giungere a una conclusione che valga per lui stesso. La sua ricerca è stata salutata sia come la prova, sia come la negazione dell’esistenza di Dio, ma egli sostiene che non ha realmente alterato il suo modo di vedere il mondo: quest’ultimo è ancora un luogo misterioso la cui natura autentica può essere conosciuta attraverso mezzi scientifici e spirituali, in cui il mistero coesiste con i processi razionali.

Fui piuttosto sorpreso dall’ammissione di Newberg che le sue scoperte non avevano cambiato la sua visione del mondo, finché compresi che non avevano cambiato neanche la mia. Le sensazioni di pace, chiarezza e unione che mi derivano dalla pratica spirituale sono per me reali, che io sia o meno consapevole delle basi neurologiche di ciò. In quel senso, l’“analisi fenomenologia” della mia stessa esperienza è più importante per me di una scientifica. In aggiunta, la conoscenza del modello della OAA “attiva-inattiva” non riguarda gli effetti della pratica spirituale che rimangono molto dopo aver finito il canto dei mantra. Anche se l’esperienza mistica dona un’estasi di breve durata, molti praticanti spirituali meditano o pregano per raggiungere un senso di consapevolezza che possa uscire dai loro santuari privati ed entrare nella vita quotidiana.

Come afferma uno dei soggetti di laboratorio di Newberg: «Medito per sentirmi più connesso alla mia vita. Quando mia moglie ha bisogno che l’ascolti e che sia presente, posso farlo con più facilità; quando gioco con mio figlio, è una cosa più sentita». Il dono di un’esperienza spirituale è qualcosa di più di una sensazione di unione con il tutto: riguarda anche l’essere nel mondo e il mettere in pratica quel sentimento. Non è possibile sapere se la scienza rivelerà mai appieno il mistero di tale sentimento, ma è difficile per me negare che esista, dovunque possa trovarsi fisicamente.
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Re: Dio nel cervello.

Messaggioda gb » 20 ottobre 2015, 8:20

Bell'articolo grazie.

Il fatto che qualcosa a livello fisiologico si modifichi in stati mistici o di meditazione, o anche solo di concentrazione o rilassamento mi pare ovvio.

Mi pare altrettanto ovvio, come mi sembra si evinca anche dall'articolo, che questo non prova la localizzazione della fonte di tali esperienze, o della coscienza ad esempio.
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Re: Dio nel cervello.

Messaggioda BabaJaga » 20 ottobre 2015, 18:27

L'importante è definire questo qualcosa...nel senso che tutti i livelli cooccorrono e concorrono tutti a creare e compre dere questo questo tipo di esperienze.
Non bisogna aver paura di conoscere e dicomprendere queste esperienze universalmente riconosciute e sperimentate con nuovi strumenti e linguaggi...perché l'uomo non può non conoscere ma al contempo può affinare la propria conoscenza al fine di vivere al meglio e nel modo più adattivo IL PROPRIo TEMPO.
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Re: Dio nel cervello.

Messaggioda gb » 20 ottobre 2015, 19:38

Sono d'accord, e la paura solitamente è padrona di casa quando si ha, appunto, paura di veder non dico crollare, ma anche solo modificare tutto ció che si è solidificato in noi, compresi quindi anche dogmi (quindi per loro natura indimostrabili).

Difficilmente infatti si trova questo tipo di paura in chi ha avuto determinate esperienze, o aggressività, o comportamenti ossessivi, superbia, falsità etc
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